Febbraio 03, 2026

Vannacci lascia la Lega e i rischi politici per Meloni

di Massimo D'Angelo

L’uscita di Roberto Vannacci dalla Lega di Matteo Salvini può diventare un problema non solo per il Carroccio, ma anche per Giorgia Meloni, per il suo governo e per gli equilibri futuri della destra italiana

Redazione

In questi due anni e mezzo Meloni ha ottenuto un risultato che, in politica italiana, non è affatto scontato: stabilità. Prima donna a Palazzo Chigi, ha infranto un soffitto di cristallo che per decenni ha tenuto il vertice dell’esecutivo saldamente in mani maschili. Ma, soprattutto, ha consolidato una leadership capace di reggere l’urto di crisi ricorrenti e di una maggioranza potenzialmente litigiosa. A metà legislatura, l’esecutivo da lei guidato si colloca già tra quelli con maggiore continuità nella storia repubblicana, un dato che parla tanto di assetti istituzionali quanto di capacità di gestione. La stabilità, però, non nasce dal nulla. Meloni ha progressivamente smussato alcuni toni da campagna elettorale: con l’Unione europea ha preferito un registro più pragmatico, evitando lo scontro frontale; sul piano interno ha mantenuto un rapporto istituzionale con il Quirinale; e su dossier sensibili – dall’economia alla gestione dei flussi migratori – ha spesso scelto la logica del governo, cioè la responsabilità, anche quando questa implicava compromessi. Il suo merito politico principale, al netto del giudizio di merito sulle politiche adottate (parliamo pur sempre di una leader di destra, eletta con un programma di destra), è stato un altro: riuscire a governare senza recidere il legame con quella parte di elettorato a cui, negli anni dell’opposizione, aveva parlato con maggiore intensità. Post-fascisti, nostalgici, populisti: mondi differenti, ma comunicanti, che in Italia costituiscono un bacino reale. Il fatto che Fratelli d’Italia resti stabilmente intorno al 30% nei sondaggi e che la coalizione continui a reggere nei territori segnala una capacità di tenuta che va riconosciuta. C’è poi un elemento comparativo: in molti Paesi europei (Regno Unito, Spagna, Germania, Francia) i leader di governo hanno visto crescere alla propria destra forze più radicali, capaci di drenare consenso e imporre l’agenda. In Italia, finora, questo non è accaduto con la stessa intensità. Meloni è riuscita a rappresentare insieme il “volto istituzionale” del governo e un’identità politica marcatamente di destra, mantenendo l’equilibrio fra fedeltà europea, rispetto delle istituzioni repubblicane e una retorica identitaria che parla a segmenti più duri dell’elettorato. È qui che l’uscita di Vannacci dalla Lega può diventare un fattore di instabilità. Se la sua mossa dovesse tradursi nella costruzione di un polo capace di aggregare l’area più estrema della destra, Meloni rischierebbe di trovarsi davanti un concorrente ancora “più a destra” su temi rispetto ai quali, da premier, ha inevitabilmente moderato posizioni e linguaggio. Resta da capire se Vannacci abbia davvero la struttura – e la disciplina – per guidare un progetto politico autonomo e duraturo. Ma il solo fatto che si apra quello spazio aumenta la pressione sulla leader di governo. La dinamica è nota in Europa: quando avanzano forze come Vox (Spagna), AfD (Germania), Rassemblement National (Francia) o Reform (Regno Unito), i partiti di governo finiscono spesso per inseguire, almeno in parte, quell’elettorato o per irrigidire la propria agenda per non perderlo. È un meccanismo che sposta il baricentro del dibattito pubblico e rende più fragile l’equilibrio tra responsabilità di governo e identità politica. Dopo due anni e mezzo, dunque, l’“unicità” di Meloni – capace finora di coniugare stabilità, affidabilità istituzionale e controllo del campo a destra, con ricadute anche sul clima economico e sulla percezione dei mercati – potrebbe entrare in una fase nuova. Se nascerà davvero un riferimento alternativo per la destra più radicale, la presidente del Consiglio potrebbe diventare l’ennesima leader europea costretta a governare con lo sguardo fisso non solo sull’opposizione, ma anche sulla propria destra. Massimo D’Angelo è docente di Sociologia Politica presso l’Università di Greenwich (Regno Unito). È ricercatore di relazioni internazionali presso l’Institute for Diplomacy and International Affairs della Loughborough University Campus di Londra.